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Andrea Vitali, «Che sciagura i figli e i pettegoli»

Uno degli scrittori italiani più amati è in libreria con «Sono mancato all’affetto dei miei cari» e «La gita barchetta». Ospite al Caffè letterario di Crema lunedì 30 maggio

Paolo Gualandris

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pgualandris@laprovinciacr.it

25 Maggio 2022 - 05:25

CREMONA - Andrea Vitali, scrittore tra i più amati e prolifici del panorama italiano, è in libreria - e in classifica - con i due romanzi «Sono mancato all’affetto dei miei cari» e «La gita barchetta». Storie diverse dalle sue solite, ma entrambe in perfetto stile «vitaliano». Nel senso che c’è, con le consuete ironia e leggerezza, l’umanità, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti, di un piccolo mondo che (per fortuna?) non c’è più. Siamo negli anni 60, sono storie di famiglia e, come sempre quando c’è la sua penna di mezzo, è sorprendente l’intreccio di storie della vita. Ne parla in modo divertente nella puntata della videorubrica «Tre minuti un libro» curata da Paolo Gualandris online da oggi sul sito www.laprovinciacr.it. E ne parlerà dal vivo lunedì prossimo al Caffè letterario di Crema: appuntamento per le 20,45 in sala Bottesini del teatro San Domenico; ingresso libero e accompagnamento musicale di Chiara Marinoni e Matteo Bacchio.


Il primo romanzo è ambientato in un paese padano, «La gita in barchetta» invece ha come sfondo Bellano e, per una volta, è senza Carabinieri, che compaiono solo in modo marginale. «È un romanzo che ha impiegato una ventina d’anni a completarsi - sorride lo scrittore -. Nella prima stesura notavo una stonatura nel finale, che era assolutamente grottesco e non in linea con la mia intenzione. Volevo esprimere la partita a scacchi tra le due famiglie protagoniste, che hanno la necessità di un riscatto, gente alla periferia del mondo che vuole riabilitarsi nei confronti di chi guarda, di evitare quella compassione pelosa che ha sempre avvertito». Sullo sfondo il paese, con la sua fame di pettegolezzo, di curiosità e morbosità.

La storia, che ha radici negli anni Venti comincia con un ciabattino molto particolare. Annibale Carretta, «strusciatore di donne», uno che approfitta della calca per fare la mano morta, nella vita ha rimediato più sganassoni che compensi per le scarpe che ha aggiustato. Ed è finito in miseria, volutamente dimenticato dai più. Ma non dalla presidentessa della San Vincenzo, che sui due locali di proprietà del Carretta, ha messo gli occhi. Vorrebbe trasformarli nella sede della sua associazione. Per questo ha brigato per farlo assistere da una giovane associata, Rita Cereda, detta la Scionca, con il chiaro intento di ottenere l’immobile in donazione. E in parte ci riesce anche, se non fosse che quelle due stanze del Carretta ora a Rita farebbero parecchio comodo.

Le vorrebbe dare alla madre per il suo laboratorio di sartoria, e alleviarle così il peso della vita grama che fa: vedova e col pensiero di una figlia zoppa, Rita, appunto; una malmaritata, Lirina; e poi Vincenza, bella ma senza prospettive, che seduta sul legno di una barchetta vede riflesso nello specchio del lago il destino che l’attende e al quale non sa sottrarsi. Su queste prime note si intona la sinfonia di voci e di vicende che hanno fatto di Bellano il paese-mondo in cui tutti possono ritrovare qualcosa di sé. «La mia intenzione era proprio quella  di raccontare una comunità un po’ cattivella,  curiosa in maniera intrusiva, dove però il pettegolezzo anziché essere divertente diventa malignità  vera e pura». Va detto che la lettura è godibile anche per la consueta e felice scelta di nomi grotteschi dei  protagonisti: «È un divertimento nel divertimento al quale non rinuncio assolutamente. I miei personaggi si portano in giro nomi esuberanti che contribuiscono a caratterizzarli».


Nell’altra storia, «Sono mancato all’affetto dei miei cari», non ci sono nomi particolari e Vitali si allontana dal lago. «È un’uscita sia dal punto di vista geografico che per quanto riguarda la scrittura - ammette lo scrittore -. Questo libro è uno degli esperimenti che mi piace fare per mettermi  alla prova e raccontare qualcosa che vada al di fuori dei confini geografici che sono la cornice di molti miei racconti. Qui non ci sono nomi strani non ci sono indicazioni geografiche ben precise anche se facile immaginare che l’ambiente della storia è tipicamente padano, potrebbe essere un piccolo paese anche dalle parti del Cremonese o del Cremasco. E anche la scrittura si libera da certi canoni. È una sorta di flusso di coscienza  dell’io narrante, che tra altro è anonimo e che racconta le vicende della sua famiglia».


Siamo tra gli anni Sessanta e Ottanta del secolo scorso. Un padre tutto casa e lavoro ripercorre la storia del proprio rapporto con i figli, che non sono venuti esattamente come si aspettava. L'Alice, maestrina frustrata, malinconica e sognante, che rimpiange di non essere andata all’università – «manco studiare servisse» – ed è incapace di fare l'unica cosa che una donna deve saper fare: la moglie. L’Alberto, che i libri, «bisogna rendergliene merito», li ha tenuti a debita distanza, ma in compenso si rivela un ingrato. Infine l’Ercolino, che apre bocca solo per mangiare voracemente, anche se è magro quanto un chiodo; e, pensa tu, a scuola pare sia un genio. Insomma, un disastro, cui si aggiunge una moglie un po’ tonta, pronta in ogni occasione a difendere quei tre disgraziati. Troppo, davvero troppo, anche per un uomo di ferro come lui. Di ferro perché lui è proprietario di una  ferramenta. «Sottolineo che la ferramenta è un ambiente che mi suggestiona tantissimo, assolutamente particolare e che paragono quasi al mondo della letteratura, della narrativa, stante l’enormità di sorprese che ti offre». L’odore del ferro emoziona il nostro protagonista  il quale «ha una  disperata voglia che almeno uno dei due figli maschi la erediti - ma ahimé non sempre i desideri dei genitori vanno di pari passo con quelli dei figli. E su questa schizofrenia viaggia il ritmo della storia».


Una storia che fa riflettere, ma ricca di pagine divertentissime. «Anche qui ci sono molti  siparietti. Come quello dell’incontro dei due genitori con il preside di facoltà che recita le meraviglie del loro ultimo figlio delle quali non hanno assolutamente contezza, perché questo ragazzo è sempre stato un po’ un mistero vagante all’interno della  famiglia. Il protagonista quindi si trova a rinunciare all’idea che il figlio possa entrare o in ferramenta, anzi ci ha già rinunciato pure se non se lo è mai confessato, inorgoglito però, dalle parole del preside in relazione intelligenza, curiosità, capacità e cultura del figlio. Che, però, alla fine della storia riserverà ai genitori una sorpresa davvero brutta».

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