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IL LUTTO

Addio a Carlo Cecchi, maestro del teatro reale

Attore e capocomico, ha incantato il pubblico con spettacoli intensi e veri, esibendosi a Cremona, Soresina e Casalmaggiore. La sua arte cercava la realtà dietro la finzione, trasformando ogni palco in un rito vivo e condiviso

Nicola Arrigoni

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narrigoni@laprovinciacr.it

25 Gennaio 2026 - 10:48

Addio a Carlo Cecchi, maestro del teatro reale

Carlo Cecchi

CREMONA - «Ciò che accade in scena o andiamo cercando ogni volta che siamo su un palcoscenico è reale, non è finzione, accade lì davanti agli occhi di un pubblico che è portato a crederci, che vuole da noi l’intensità di un accadimento reale, di una relazione vera, di parole che dette hanno un senso perché chi le dice le fa sue, le ha capite e fatte proprie. L’arte è reale. Per me Rembrandt è realtà». Così diceva Carlo Cecchi nel foyer del Ponchielli nel febbraio 2018, in occasione della Dodicesima notte di Shakespeare, prodotto da Marche Teatro.

E ancora Cecchi dichiarava di andare in cerca «di un teatro della consapevolezza della finzione, di un teatro che è gioco e festa ma in quel gioco e in quella festa officianti e partecipanti fanno sul serio, sono reali».

Allora non può che tornare in mente la grande festa del suo Borghese gentiluomo, agli inizi degli anni Ottanta, con quei turbanti alla turchesca che erano l’atto festoso di una presa in giro farsesca della mania del protagonista della pièce di Molière: era la stagione 1983/1984 con la compagnia Il Granteatro.

Parlando del suo ruolo di regista, Cecchi scansava, spesso, la definizione dicendo: «il teatro ha tre ingredienti indispensabili: il testo, l’attore e il pubblico. Piuttosto che un regista sono una specie di capocomico. Io ho conosciuto il capocomicato, basta pensare a Eduardo De Filippo con cui ho iniziato, solo per fare un nome. Ecco posso definirmi un capocomico».

Questo era Carlo Cecchi, lo ha dimostrato in ogni suo atto, in ogni suo lavoro, in una vita dedicata al palcoscenico e alla ricerca di quel teatro che incarnasse la verità del dire e del compiersi. L’attore, scomparso venerdì alla vigilia dell’87° compleanno - era nato il 25 gennaio 1939 -, era capocomico per natura, uomo di compagnia. Fuggito da Firenze per fare l’attore, ha frequentato l’Accademia Silvio D’Amico, ma presto ne ha preso le distanze, è stato nella compagnia di Eduardo De Filippo, fondò il Granteatro, in opposizione al Piccolo Teatro che agli inizi degli anni Settanta era ‘il teatro’.

Maestro, così lo si chiamava e in merito ci raccontò sorridendo: «Maestro… boh. C’è stato il periodo in cui lavoravo con i miei coetanei, eravamo fratelli, c’erano scontri durissimi, ma anche la consapevolezza che condividevamo alla pari una medesima esperienza e idea di teatro. Poi c’è stato un momento in cui il mio ruolo con gli attori era una sorta di relazione fra un padre e i suoi figli. E in questo caso a volte gli scontri sono stati feroci e dolorosi, come può accadere fra un padre e un figlio. Ora… beh questi ragazzi sono un po’ come dei nipoti e io il loro nonno, a volte un po’ burbero, ma pur sempre un nonno. Mi piace comunque lavorare con attori che conosco, anche se dopo l’esperienza del Living Theatre credo che gruppi troppo chiusi non facciano bene al teatro. Quella condizione era soffocante. Lavorare con attori di cui conosci le sensibilità è importante e aiuta, basta un’occhiata e ci si intende, ma innesti nuovi possono portare nuova energia e spunti».

Fra i suoi attori c’era il cremonese Dario Cantarelli che deve la sua formazione proprio a Carlo Cecchi debuttando con il Woyzeck di Büchner e che ne racconta l’incontro nel libro intervista, edito da cremonabooks, «Io Dario Cantarelli»: «L’incontro con Cecchi ha fatto la differenza. Il teatro di Cecchi era completamente al di fuori da qualsiasi regola accademica, ed era appunto per questo che cercava gente che fosse in grado di adattarsi in pieno al suo sistema di fare spettacolo e non fosse condizionata dai canoni della recitazione. Insomma Cecchi faceva per me e io per lui, mi viene da dire oggi. Cecchi non insegnava, non aveva un suo metodo, ti immetteva direttamente nel suo modo di pensare e di fare il teatro. Ciò che ha sempre preteso dai suoi attori era raggiungere la realtà, scalzare la finzione, essere presenti in scena e non recitare. Lavorare con lui è stato un privilegio, ma anche una continua incognita. Partire nella compagnia Granteatro di Cecchi ha voluto dire partire con un timbro e una formazione diverse, rispetto al teatro di finzione. Il cammino che ti proponeva Cecchi era un itinerario arduo, sempre in bilico, a rischio del fallimento e che richiede determinazione assoluta, imponendoti di cercare dentro di te le ragioni del personaggio, la voce della tua recitazione. Questo è stato Cecchi per me e lo è stato sempre dal primo Woyzeck di Büchner».

Fra i passaggi cremonesi – al Ponchielli come al Comunale di Casalmaggiore o al Sociale di Soresina – Cecchi attore di cinema è stato a Cremona sul set de Il violino rosso di François Girard nel 1998. Ma quando gli si chiedeva se avvertiva l’urgenza del teatro e dell’arte, rispondeva ironico: «Se con urgenza intende dire un messaggio, citando Majakosvkij dirò che ‘io non faccio il postino’. L’urgenza è il teatro stesso, credo che fare teatro si esaurisca nel compierlo con la maggiore consapevolezza possibile, andare in cerca di quella magia che il teatro sa regalare: una festa, un rito, una realtà accresciuta dalla finzione, ma tutto sta all’interno del teatro, un gioco che ha come punti imprescindibili la parola, l’attore e il pubblico».

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