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LA LIRICA AL PONCHIELLI

Don Quichotte, il cavaliere che combatte contro l’oblio

La regia di Kristian Frédric rilegge il capolavoro di Massenet trasformando il protagonista in un uomo segnato dalla demenza, tra sogno, poesia e cura, sostenuto da una prova musicale e interpretativa di forte impatto emotivo

Giulio Solzi Gaboardi

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redazione@laprovinciacr.it

24 Gennaio 2026 - 13:25

Quando la memoria diventa leggenda: un cavaliere fragile sul palcoscenico

CREMONA - Nell’ultimo film di Paolo Sorrentino, La grazia, da poco uscito al cinema, ricorre la domanda: «Di chi sono i nostri giorni?». Una di quegli interrogativi che bastano a se stessi, che non necessitano di risposte. Di chi è la nostra vecchiaia? La nostra malattia? La nostra infanzia? Don Quichotte (che sia quello di Cervantes o, in questo caso, di Jules Massenet) è una fiaba che parla di noi, che parla a noi.

Nella regia di Kristian Frédric, Quichotte è un carismatico e raffinato intellettuale che, malato di Alzheimer, si crede cavaliere delle millanta storie, l’innamorato, il folle, il sempiterno fanciullo.

Il fedele destriero Ronzinante altro non è che la sua sedia a rotelle. La sella, una coperta di lana adagiata sulle cosce e poi poggiata sulle spalle a mo’ di mantello. La spada, un bastone di legno affusolato. Lo scudo, l’orsetto azzurro della sua infanzia. La lancia, una piantana d’ospedale. L’usbergo, un abito avio chiaro in velluto corredato da una fusciacca carta da zucchero come cinturone, poi sostituti da un pigiama arricchito da un mantellone drappeggiato (i costumi, stupendi, sono di Margherita Platé). Gli stivali, due babbucce azzurre.

Sancho è il fedele infermiere del sedicente chevalier. Ne asseconda i suoi deliri come si fa coi sonnambuli, fingendosi l’incostante scudiero che tutti sappiamo e infine l’amico che accompagna il cavaliere nel suo ultimo viaggio. Gli carezza i capelli e lo protegge dallo scherno, rivolgendosi al pubblico in sala. Dulcinée è la sensibile psicologa del cavaliere. Sogna e ama e non sa perché. Vorrebbe un amore diverso da tutti gli altri. Un amore impossibile.

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Tutto si svolge in una casa di riposo, ma i confini spaziali si rivelano presto labili, annebbiati e ricostruiti dalla mente del malato Quichotte. L’impianto registico si avvale delle scenografie oniriche di Marilène Bastien, i video astrali di Antoine Belot e le luci di Rick Martin. Tutto funziona molto bene.

In primo luogo, la drammaturgia non collide mai marcatamente con il libretto: tutto ciò che viene cantato avviene davvero. E poi non ci si annoia: l’alternanza fra lirismo ed eroismo non lascia spazi vuoti. La storia infatti risulta ben saldata attorno a un’idea drammaturgica forte, non banale.

Alcuni elementi ricorrenti concorrono a ribadire l’idea di fondo: torna spesso il Quichotte bambino, insieme alla mamma e al suo libro illustrato dell’opera di Cervantes. Un’infanzia rivissuta a ritroso o vissuta daccapo accompagna l’itinerarium mentis di Quichotte, tra nebbie e colori, giostre e ricordi rarefatti. Cantava Battiato che più si invecchia «più affiorano ricordi lontanissimi». Questa dimensione in bilico tra sogno e pazzia, tra malattia e gioco, avvince ed emoziona per tutte le due ore di musica.

Lo spettacolo, certo, funziona anche a priori, grazie a un testo di struggente poesia e a una musica galvanizzante e melanconica che sa davvero toccare i tasti giusti dell’animo dello spettatore. Il valore aggiunto è sicuramente l’immedesimazione e la commozione che ne consegue.

Chi non ha incontrato, nel mezzo del cammin di nostra vita, una situazione simile? Chi non ha avuto mai a che fare con la demenza di un parente, di una persona cara? Qualcuno avrà sentito parlare, nel delirio, anche di cavalleria. Questo dà il teatro: ci fa ricordare, ci fa commuovere.

Col susseguirsi degli atti, la realtà viene scomposta, dissolta e ridisegnata dalla malattia, la veridicità si offusca in favore del sogno. La musica guida lo spettatore in questa dissolvenza grazie a un’ottima prestazione dei Pomeriggi musicali diretti da Jacopo Brusa.

Già dalle note della Introduction, il direttore pavese dà un assaggio di ciò che sarà la serata. Delicatezza trasognante, dinamiche generatrici di spazi vastissimi. Nei momenti guerreschi, eroici o solenni, il colore orchestrale si carica di una vitalità splendidamente malinconica che è poi il fulcro dell’opera intera, testamento spirituale e artistico di un Massenet giunto alla fine del suo viaggio, proprio come Quichotte.

Nicola Ulivieri, nel ruolo del protagonista, è un tassello essenziale in questa produzione. Non solo per i meriti di natura (la fisionomia iberica e il physique du rôle), ma soprattutto per la linea di canto elegante e il fraseggio cesellato, l’ottima dizione, unita a una recitazione a dir poco perfetta che lo rende il cardine indiscusso dello spettacolo. Giorgio Cauduro è un Sancho energico e sempre corretto, applaudito anche a scena aperta. Chiara Tirotta disegna col suo bel timbro ambrato una Dulcinée, come dice il nome, dolce e accorata. Completano ottimamente il cast Raffaele Feo, Roberto Covatta, Marta Leung ed Erica Zulikha Benato. Inappuntabile il Coro di OperaLombardia.

Qualche brontolio nel pubblico, qualcuno invece esce dal teatro con le guance rigate dalle lacrime. Chi scrive rientra nel secondo gruppo e consiglia di non perdere la replica di domani alle 16.

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