L'ANALISI
19 Gennaio 2026 - 05:25
Rino Zagni e il figlio Luigi
SESTO ED UNITI - L’allievo dell’inventore non poteva che abitare in via Archimede. «Nel suo campo mio padre era davvero un piccolo genio». Il frutto del talento di Rino Zagni, mancato nel 1992, ed ereditato dal figlio Luigi, 84 anni, è accumulato nel laboratorio dietro la villetta immersa nel silenzio di Casanova del Morbasco: fili, asticelle di un acciaio speciale, calamite, bobine, magneti, trasformatori e altre diavolerie. Sono i componenti delle campane elettroniche, il moderno, pratico marchingegno che ha sostituito gli antichi bronzi a corda riproducendone fedelmente il suono anche se forse non del tutto la poesia, rallegrato i prelati alleggerendone il lavoro e mandato in pensione i sagrestani.
«Abbiamo installato centinaia di questi sistemi nelle chiese di tutta Italia e di mezzo mondo». Rino Zagni era più di un semplice elettricista, di un bravo tecnico, era un autodidatta ingegnoso. «Avevo 15 anni quando ho cominciato ad affiancarlo e ad imparare i suoi segreti. Ha iniziato fabbricando apparecchi radio. In seguito siamo passati ai televisori, perfetti, montati direttamente da noi. Allora la corrente elettrica non era costante, ma fluttuante, con la conseguenza che lo schermo dei televisori si restringeva. Mio padre ha escogitato uno stabilizzatore di tensione per ovviare a quell’imprevisto. Poi è arrivata la tv a colori che non si poteva produrre artigianalmente».

Bisognava riconvertire l’azienda, che si chiamava Radiomelodic per poi diventare Telemelodic. «Abitavamo al quartiere Po, in via Ticino, dove alla fine degli anni Cinquanta è stata costruita la chiesa di Cristo Re. Poi ci saremmo trasferiti, i capannoni e sopra gli appartamenti, in via Eridano. Il primo parroco di Cristo Re, don Rinaldo, non voleva saperne delle classiche campane perché costavano troppo e aveva fatto ricorso a trombe che diffondevano la musica dal giradischi. Ma dopo un po’ il vinile gracchiava. E così il don chiese a mio papà, che era suo amico, se si potesse fare qualcosa».
Zagni pensò a un impianto scientifico di alto livello che funzionava con un generatore elettronico irradiando con alta approssimazione i rintocchi della campane. Il suono proveniva dalla trasformazione di una vibrazione meccanica originata da una percussione in frequenze elettroacustiche. «Bastava inserire la presa nella spina come si fa con la televisione o la radio e programmare con un orologio timer e durata. Nient’altro». Il dispositivo aveva un nome latino (poteva essere diversamente?): ‘Plebem voco’, che significa ‘Chiamo a raccolta il popolo’. I depliant lo esaltavano come ‘il primo, l’unico, il vero campanile elettronico che risolve felicemente il problema delle campane nelle chiese vecchie e nuove’. Perché potesse dare il meglio di sé, il congegno veniva regolarmente accordato da un altro grande cremonese: il leggendario Gino Nazzari.

«Naturalmente, ci siamo precipitati a brevettare il nostro prodotto. Tanti hanno cercato di copiarlo senza però riuscirci: la sua forza, la caratteristica inconfondibile era la fedeltà delle note propagate. Prima era il parroco che doveva alzarsi per far vibrare il din don delle campane, da quel momento erano le campane che svegliavano il parroco. Per la gioia dei sacerdoti». Fu un exploit industriale e commerciale, oltre che di costume e abitudini. Un altro artista che non ha bisogno di presentazioni, Sergio Tarquinio, disegnò il logo. «Bello e coloratissimo. Tarquinio era mio amico sin dai tempi dell’infanzia, la sua recente scomparsa mi ha addolorato».
A questo punto Zagni junior scova in un angolo il quaderno con la copertina marrone su cui sono annotati, suddivisi ordinatamente per regione, le città e i paesi che volevano affidarsi alla nuova scoperta. Ogni pagina è affollata di date, indirizzi, numeri di telefono. «Correvamo di qua e di là, da nord a sud, dal Piemonte alla Sicilia e alla Sardegna». Lo sbarco di quella strana scatola meccanica, con o senza tastiera, era una notizia ghiotta per i giornali del posto: ‘Ora i campanari diverranno esperti in elettronica’, titolò il Corriere lombardo. Più sobrio l’Avvenire d’Italia: ‘Campanile elettronico a Rovereto sul Secchia’.

«Abbiamo venduto centinaia di nostri strumenti, via via sempre più evoluti sino alla moderna computerizzazione, anche all’estero, da Malta all’Africa grazie ad alcuni missionari italiani che li hanno portati nelle loro lontane parrocchie. Ce ne hanno commissionato uno pure da una chiesa delle Filippine alla vigilia del viaggio di un papa». Per quanto riguarda Cremona, «i nostri apparecchi, oltre che a Cristo Re, sono in dotazione allo Zaist e al civico cimitero. Orgogliosi dei risultati raggiunti? Era il nostro mestiere».
Un loro vecchio meccanismo, rimesso in funzione da non molto, ha strappato dal silenzio le due campane, risalenti al 1500, della Torre civica di palazzo comunale. Fu, nel 1979, l’allora sindaco Emilio Zanoni a riportare in vita quei due magnifici esemplari che funzionavano solo manovrando le corde. Una targa elogia ‘l’arte sapiente della ditta Telemelodic di Rino Zagni e figlio’. Una coppia di artigiani dalle mani d’oro attiva anche in provincia. «Tra i tanti paesi che mi vengono in mente Bonomerse e Farfengo. Abbiamo portato in giro i nostri prodotti anche per vari teatri».

Come il Regio di Parma e il Ponchielli, in entrambi i casi per la rappresentazione della Tosca: l’invenzione made in Cremona sostituiva le campane tubolari, ingombranti e complicate da montare, che, all’inizio del terzo atto del capolavoro di Giacomo Puccini, dovevano imitare il mattutino diffuso dalle campane delle chiese di Roma e della Basilica di San Pietro. «Invece al Regio di Torino c’era in cartellone un’opera russa che prevedeva il suono di un campanone di 200 quintali: per riprodurre quella musica abbiamo dovuto modificare e potenziare il nostro dispositivo».
Mancato il fondatore, è stato l’erede a portare avanti con successo e passione l’impresa. «Ho cessato l’attività un paio di anni fa. Avevo ridotto il personale che all’inizio era composto da cinque, sei addetti; per me era diventato un impegno troppo gravoso». Nella soffitta di via Archimede è custodito il grande telescopio un tempo nei capannoni dell’azienda. «Sul tetto era stata ricavata una cupola girevole di 360 gradi che la notte permetteva a mio padre di seguire il movimento delle stelle, della luna e dei pianeti». Il cielo amato dall’inventore cremonese. Riempito dalla dolcezza delle sue creazioni.
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