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LA TESTIMONIANZA

Afghanistan, Niazai: «Aspettiamo in aeroporto. Vogliamo tornare a vivere»

Le ore drammatiche di Loqman, 32 anni, che ha raggiunto pochi giorni fa la sua famiglia

Bibiana Sudati

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redazioneweb@laprovinciacr.it

24 Agosto 2021 - 06:20

Afghanistan, Niazai: «Aspettiamo in aeroporto. Vogliamo tornare a vivere»

CREMONA - «Siamo partiti per Kabul, abbiamo raggiunto l’aeroporto. E aspetteremo qui che ci chiamino e ci facciano passare».

Sono le 6.30 di ieri mattina (le 10 a Kabul) quando il cellulare vibra: è il messaggio di Loqman Niazai, il 32enne afghano residente a Cremona intrappolato in Afghanistan con la sua famiglia. Insieme alle poche parole digitate in fretta, ci sono anche due fotografie, le ennesime spedite per raccontare le tappe del calvario di questi giorni infernali.

Nella prima Loqman è in auto, pronto a partire verso la capitale insieme alla moglie Hajmina, 25 anni, al figlio Emanullah, 2 anni, e alla madre Zarhawaka. Nell’abitacolo della vettura, con loro, c’è un’altra persona: è Kamina, la moglie di Ramazan Ahmadzai, un altro giovane afghano «cremonese», arrivato in città nel 2014, dove ha condiviso a lungo un appartamento con Loqman, e partito per Kabul l’11 agosto scorso per portare in Italia la giovane sposa.

«Da tempo avevo fatto i documenti per il ricongiungimento famigliare e sono arrivati solo ora che tutto è crollato – racconta in un vocale whatsapp inviato durante il tragitto – . Sono riuscito ad entrare in Afghanistan ma poi la situazione è precipitata e ci siamo ritrovati i talebani ovunque. Mia moglie non può restare qui sola: per una donna questo non è più un luogo sicuro».

E così, dopo avere raccolto pochi effetti personali, anche Ramazan ha attivato la sua personale rete di conoscenze. Giorni di messaggi e telefonate fino a quando non è riuscito a mettersi in contattato con Loqman e, insieme, a predisporre una nuova fuga.

La cronaca in presa diretta della loro sorte è raccontata dalla seconda immagine scattata all’Abbey gate dell’aeroporto di Kabul, diventato la porta di accesso alla libertà. È lì dove si ammassano i disperati arrivati da ogni angolo del Paese: donne, bambini, anziani, uomini, famiglie intere. Rischiano la vita (già 20 i morti da Ferragosto), attendendo la «chiamata»: sperano che i loro nomi siano stati scritti sulle «liste» in mano ai militari occidentali che a stento stanno difendendo quel pezzetto di terra per rendere possibili le evacuazioni. Pregano, Loqman e Ramazan, affinché i loro sforzi siano ripagati.

«Mi hanno detto di muovermi verso Kabul e di stare vicino all’aeroporto, che prima o poi aprono un accesso per farci salire su un aereo – spiega in un altro messaggio Loqman – .Qui c’è tanta gente, dicono 11 mila persone. Ci sono i talebani che ci controllano, ma dobbiamo aspettare e lo faremo».

L’alternativa è dirigersi verso il Pakistan, a Karachi, ma sarebbe un tragitto lungo e ancora più rischioso. Intanto, l’orologio della storia che ha riportato l’Afghanistan indietro di 20 anni, sta continuando a fare girare le lancette nel senso sbagliato: è arrivato un ultimatum dai talebani, «se entro il 31 agosto gli Usa non se ne andranno reagiremo». «Il tempo è sempre meno – sottolinea Rosanna Ciaceri, presidente dell’associazione Immigrati Cittadini di Cremona che fin dalle prime ore si è mossa per aiutare Loqman e tanti altri nelle stesse condizioni, inviando liste di nomi alle ambasciate e alle autorità – . La speranza è che nelle prossime 24 ore la situazioni si sblocchi e riescano a partire». Finalmente, verso la salvezza.

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